TRISTE E DEPRESSO? FORSE SEI AFFETTO DA CAPITALISMO!
Il capitalismo deve la sua resistenza alla capacità di ideare nuove tattiche per deviare, distorcere e sgonfiare i movimenti di resistenza. Anche a fronte di un crescente numero di vittime del capitalismo globale, i faccendieri del capitalismo sono riusciti a incanalare l'insoddisfazione e la delusione pubblica verso una diminuita autostima e un'autodistruttività privata. Katrina Forrester, critico che scrive per il London Review of Books, ha riassunto in una battuta questa insidiosa strategia: di fronte all'oppressione e allo sfruttamento, "non iscriverti a un sindacato, prendi una pillola". Nella sua recensione (22 ottobre 2015) di The Happiness Industry: How the Government and Big Business Sold Us Wellbeing (L'industria della felicità: come il governo e big business ci hanno venduto il benessere) di William Davies, denuncia la consuetudine di definire un comportamento ribelle o atteggiamenti negativi come disturbi psicologici: "... Se non sei felice, se desideri che le cose fossero diverse o se trovi difficile adattarti alle condizioni della vita moderna, corri il rischio che ti venga diagnosticata una malattia mentale".
Sempre più spesso, gli accademici e i terapisti hanno accettato l'idea che depressione o comportamenti disfunzionali siano indice di problemi mentali, indipendentemente dalle cause del comportamento o dell'atteggiamento. Loro, scrive Forrester, "... pensano all'infelicità come una patologia, uno stato psicologico o mentale che andrebbe curato con un intervento comportamentale o medico. Questa è la logica che sottende alla crescita del 'settore felicità'". Così, ad esempio, se una madre irachena perde due figli che combattevano un esercito occupante straniero, se la sua sicurezza personale è costantemente minacciata e le sue condizioni di vita continuano a peggiorare, risulta affetta da un'infelicità patologica. Non sono le condizioni orrende della sua vita (condizioni che avrebbero potuto essere evitate o che potrebbero essere modificate), ma i suoi sentimenti "negativi" che devono cambiare. Come fa notare Forrester: "Molte persone sono infelici per buone ragioni, ma generalmente queste ragioni non vengono prese in considerazione dalle nuove pratiche terapeutiche del settore felicità".
E continua: "Mentre una volta la soluzione all'infelicità per le condizioni di lavoro veniva risolta con una riforma sociale e l'azione collettiva, ora la soluzione è l'allontanamento e la 'resilienza' individuale; quando vogliamo resistere, invece di iscriverci ad un sindacato, telefoniamo alla ditta per cui lavoriamo per metterci in malattia. Se perdiamo il lavoro e ci sentiamo demoralizzati alla prospettiva di cercarne uno nuovo, anche questo potrebbe essere una condizione diagnosticabile". Forrester riferisce che nel Regno Unito si è cominciato a ridefinire la disoccupazione come un disturbo psicologico e "l'atteggiamento al lavoro" della persona disoccupata viene usato per determinare il diritto al sussidio.
Uno studio recente, Rising morbidity and mortality in midlife among white non-Hispanic Americans in the 21st century (L'incremento nella morbilità e nella mortalità tra gli statunitensi bianchi non-ispanici di mezza età nel 21° secolo), dimostra che i bianchi, soprattutto quelli meno istruiti, di età compresa tra i 45 e i 54 hanno subito un drammatico aumento della mortalità dal 1999 a oggi. Gli autori, i professori Case e Deaton, sostengono che in gran parte questo è dovuto a un aumento di oltre quattro volte delle overdose per droga ed eccesso di alcol, un incremento superiore al 50% dei suicidi e un aumento di 25% della malattia epatica cronica. Inoltre, la loro ricerca collega questi abusi ai problemi di salute mentale e problemi nella gestione di difficoltà personali, soprattutto stress economici. Case e Deaton ipotizzano che l'aumento della mortalità può aver causato 488.500 morti che avrebbero potuto essere evitati tra il 1999 e il 2013, ciò che i cremlinologi anti-sovietici della Guerra Fredda chiamerebbero "morti non-necessarie". Mentre c'è molto allarme tra gli operatori nei servizi sociali e tra gli studiosi che appoggiano il capitalismo, ci sono poche teorie su come questa "infelicità" di massa sia insorta e su come arrestarla. Ma è davvero così difficile discernere le cause di questa epidemia di salute mentale?
Il capitalismo ha favorito una tendenza ancora presente di alienazione, isolamento e soggettivismo che ha accelerato in modo drammatico negli ultimi quaranta anni. La competitività esasperata per un posto di lavoro, lo status sociale e il potere ha nutrito il virus dell'egoismo e dell'insensibilità. Nello stato di natura hobbesiana affermatosi, molti sono stati consumati dalla spietata concorrenza, dalla lotta per il successo. I "perdenti", e ci devono essere dei perdenti se ci sono vincitori, sono stati privati della loro autostima. Quando nel primo decennio del ventunesimo secolo, due crisi economiche devastanti hanno scosso la promessa di prosperità senza confini e l'ideologia dell'autopromozione, i più devoti a questo dogma sono stati annichiliti. La dura realtà ha avuto il soppravvento sulle fiabe raccontate dagli apologeti del capitalismo. Per coloro che non vedevano alcuna alternativa, l'alcool, le droghe e il suicidio sono diventati la risposta. Ma le cause di questa epidemia non si trovano nell'anima o nella mente, ma nel capitalismo. E le soluzioni non si trovano sul divano del terapeuta, in sessioni di terapie di gruppo, in farmacia o nella bottiglia, ma nella creazione di un mondo in cui ognuno abbia un posto accogliente, utile e soddisfacente. Quel posto non esiste dove regna il capitalismo.
[FONTE: http://www.resistenze.org/sito/te/cu/li/culifm26-017138.htm]
Il mito di prometeo incatenato per le sue false promesse fatte ai mortali e' stato liberato e ha pervaso di se le filosofie occidentali . Il mito della scienza e della tecnica e dell'eternita' hanno come contraltare il nichilismo . E' possibile un'altra filosofia ? E' possibile un mondo senza prometeo ?
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martedì 26 luglio 2016
La psicologia al servizio del capitalismo
Etichette:
capitalismo,
felicità,
malattia mentale,
Psicologia
Ubicazione:
Torino, Italia
lunedì 26 ottobre 2015
Sintomi e psichiatria oggi
Umberto Galimberti.- Freud e i sintomi dell’isteria -
“ Qual è il criterio per stabilire se un disturbo psichiatrico è un’entità reale e riconoscibile e non una diagnosi arbitraria suscettibile di essere derubricata non appena cambi il clima culturale? Cosa significa, ad esempio, che l’isteria spopolava in Europa tra la fine Ottocento e il primo Novecento e oggi non troviamo un medico disposto a sottoscrivere questa diagnosi? È scomparsa una malattia, o è scomparsa semplicemente una definizione psichiatrica?
E qui viene in mente il caso di Emma Eckstein che un giorno si presenta nello studio che il dottor Freud aveva appena aperto a Vienna, dopo le sue sfortune accademiche, per esporgli un quadro di sofferenze che lo stesso Freud faticava a trattare. Dopo diversi incontri Freud decise di inviare la paziente al dottor Fliess, famoso otorinolaringoiatra di Berlino che teorizzava una stretta relazione tra il naso e i mali dell’organismo. Questa relazione Freud l’aveva già sperimentata su di sé a proposito di certi suoi spasmi cardiaci superati dopo un trattamento nasale. La poveretta fu sottoposta da Fliess a un’operazione al naso che la lasciò sfigurata, anche perché nella cavità nasale era stata dimenticata una benda. Ne seguì un’emorragia che portò la paziente a un passo dalla morte, ma Freud, amico di Fliess, difese a tal punto l’operato del collega da interpretare quell’emorragia come un sintomo isterico. La paziente, ripresasi, tornerà da Freud per curare la diagnosticata isteria e dopo alcuni anni diventerà essa stessa analista.”
UMBERTO GALIMBERTI (1942), “I miti del nostro tempo”, Feltrinelli, Milano 2009 (I ed.), ‘Miti individuali’, 9 ‘Il mito della follia’, 1. ‘Le vie errabonde della psichiatria’, p. 159
E qui viene in mente il caso di Emma Eckstein che un giorno si presenta nello studio che il dottor Freud aveva appena aperto a Vienna, dopo le sue sfortune accademiche, per esporgli un quadro di sofferenze che lo stesso Freud faticava a trattare. Dopo diversi incontri Freud decise di inviare la paziente al dottor Fliess, famoso otorinolaringoiatra di Berlino che teorizzava una stretta relazione tra il naso e i mali dell’organismo. Questa relazione Freud l’aveva già sperimentata su di sé a proposito di certi suoi spasmi cardiaci superati dopo un trattamento nasale. La poveretta fu sottoposta da Fliess a un’operazione al naso che la lasciò sfigurata, anche perché nella cavità nasale era stata dimenticata una benda. Ne seguì un’emorragia che portò la paziente a un passo dalla morte, ma Freud, amico di Fliess, difese a tal punto l’operato del collega da interpretare quell’emorragia come un sintomo isterico. La paziente, ripresasi, tornerà da Freud per curare la diagnosticata isteria e dopo alcuni anni diventerà essa stessa analista.”
UMBERTO GALIMBERTI (1942), “I miti del nostro tempo”, Feltrinelli, Milano 2009 (I ed.), ‘Miti individuali’, 9 ‘Il mito della follia’, 1. ‘Le vie errabonde della psichiatria’, p. 159
Un disturbo psichiatrico è l'etichetta che la società dà alla sofferenza del diverso che non trova una sua collocazione utile all'interno della società (o alla sofferenza che il diverso causa alla società). Quando cambia la società, cambia la definizione del disturbo, diventano disturbi atteggiamenti che prima erano perfettamente integrati e giustificati mentre altri cessano di essere disturbi. Il santo che digiunava diventa anoressico. L'omosessuale non è più un malato da curare, colui che rifiutato cerca comunque un dialogo non e' piu' colui che costruisce ponti ma diventa uno stalker anche in caso di totale assenza di violenza e anche di fronte a muri di egoismo e indifferenza ingiustificabili che di fatto confondono la vittima con il carnefice . Molto si potrebbe dire su questo tema .Qui mi pare importante sottolineare il peso che le mode culturali hanno avuto e hanno sulla medicina e ancor più sulla psichiatria. Il caso riportato da Galimberti è paradigmatico delle conseguenze nefaste che travisamenti del genere possono portare sulla salute e sulla vita dei singoli senza che spesso si arrivi mai a un chiarimento nè tanto meno al riconoscimento dell'errore. Per non parlare dell'importanza spropositata attribuita ai fattori dietetici con il proliferare di vere e proprie filosofie naturiste (vedasi alimentazione vegana e quant'altro).
Dal psicologismo Freudiano si è passati oggi al neuroscientismo, se prima impazzava l'isteria, oggi l'ipocondria e i disturbi dell'alimentazione la fanno da padroni. Sempre si è alla ricerca di facili etichette da appiccicare con faciloneria e supeficialità alla sofferenza umana. E passare rapidamente al prossimo caso. Avanti un altro. Certamente rispetto al passato oggi abbiamo molte più conoscenze sul funzionamento del cervello che fanno apparire certe concezioni Freudiane un po' puerili e forse obsolete. Tuttavia, siamo molto lontani da una visione chiara e completa della psicologia umana. Freud almeno possedeva ( così sembra a noi) doti di intuito e intelligenza che gli permettevano di agire con efficacia anche al di là delle sue stesse teorie: oggi, mi pare che si brancoli spesso nel buio di un inutile meccanicismo in mano al una mediocrità dilagante in cui chiunque si improvvisa medico dell’anima. Proliferano psicologi che spesso hanno una scarsa umanita' e zero sensibilita' verso i casi che gli si presentano, ma solo molto interesse a decifrare supposte patologie assimilandosi ad altre categorie che hanno sostituito le motivazioni solidaristiche e umanitarie con quelle dei facili guadagni dietro la facciata di professioni specialistiche. Se a questo aggiungiamo che chi in particolare si rivolge ad uno psicologo compie piu' o meno consapevolmente un atto di fede verso il suo supposto guaritore, si evince come alla frode si sommi un tradimento vero e proprio verso il paziente .
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